La firma di Repubblica Enrico Franceschini ha scritto un romanzo che prende un po’ in giro i colleghi. A finire nel mirino (benevolo) della sua penna è una categoria particolare di giornalisti, quella forse più delle altre avvolta da un’aurea di rispettabilità e, a tratti, di eroismo. Quella dei corrispondenti di guerra. Quegli esploratori senza macchia e senza paura sempre pronti a buttarsi in ogni golpe o guerriglia negli angoli più remoti del pianeta armati solo di penna e taccuino, qui ridotti al rango di simpatici ciarlatani della verità più vicini alla professione del romanziere che a quella del reporter.

Si sorride molto, leggendo delle (dis)avventure del giovane cronista sportivo Andrea Muratori, mandato per un disguido a seguire le vicende del Cusclatàn, solita repubblica delle banane centramericana dove il solito movimento di liberazione armato da Cuba e Mosca organizza la resistenza contro il solito governo fantoccio e corrotto appoggiato dagli Stati Uniti. Una storia che si scrive da sola, come Andrea (che lavora per un grande quotidiano milanese) impara dai più esperti colleghi e in particolare da Leandro Tarchetti, suo particolarissimo Virgilio nel mondo della professione. E se la storia si scrive da sola, che bisogno c’è di andare in giro in cerca di notizie? Nessuno. Il giornalismo italiano descritto nel romanzo di Franceschini è più interessato alla forma e alla bella scrittura che ai fatti, di cui sembra addirittura diffidare. Una filosofia ben spiegata in questo passaggio:

«Non dovremmo mettere il naso fuori dall’albergo, almeno ogni tanto?” chiede Andrea al suo ben più esperto collega e amico. “Stupidaggini!” taglia corto Tarchetti. “Ora che la guerra è scoppiata davvero, viene il difficile. Finché bastava inventare potevamo stabilire da soli cosa sarebbe successo, l’avanzata o la ritirata della guerriglia, le manovre dell’esercito per darle la caccia, e ognuno di noi poteva distinguersi con il proprio piccolo scoop. Adesso non siamo più noi a dettare l’agenda, la dettano i fatti. E i fatti sono traditori. Magari noi partiamo per un altro giretto verso il vulcano in cerca dei guerriglieri e la sera, quando torniamo in albergo, scopriamo che loro hanno fatto saltare una caserma in città, per cui abbiamo perso la notizia. No, è troppo rischioso muoversi. Per avere la situazione sotto controllo dobbiamo rimanere in albergo».

Andrea (forse un alter ego dell’autore da giovane?) all’inizio è quantomeno disorientato, e sente di fare qualcosa di sbagliato. Abituato al rigore dei risultati sportivi fatti di numeri e certezze, le licenze letterarie dei colleghi non gli sembrano altro che disonestà. Poi si adegua, e passo passo diventa anche lui un vero giornalista, ovvero inizia a fumare, bere e andare a donne. E, alla fine, entra a far parte del club.

Leggendo il romanzo traspare un evidente divertimento ma anche, tra le righe, una sottile malinconia. Perché il mondo descritto in “Scoop” (edito da Feltrinelli, 2017) oggi, semplicemente, non esiste più. Ben pochi giovani giornalisti del 2000 si possono riconoscere nel protagonista, mandato in Centramerica con un volo in business class e sostanzialmente con la libertà di spendere quello che vuole, tanto paga il giornale. Una libertà ampiamente sfruttata dai più navigati compagni di viaggio, ça va sans dire. Oggi, chi ha davvero la passione per farlo, parte per lo più a spese proprie, nella speranza di trovare la notizia, la fotografia o la ripresa da vendere (per pochi spiccioli) ai media. Anche nel libro di Franceschini compare, a un certo punto, un gruppo di freelance. «Stagli alla larga, se li incontri – suggerisce Tarchetti al più giovane collega – sono pericolosi. Si cacciano sempre nei guai e caccerebbero nei guai pure te». Oggi quegli eccentrici, quei pazzi, sono la regola. Ma guadagnano molto meno e trovano spazio solo in quei pochi giornali che non si accontentano di riportare le agenzie di stampa dei paesi stranieri. Insieme ai soldi, se n’è andata gran parte della poesia e dell’epica legata al corrispondente.

La storia è ambientata più o meno negli anni ’80, nell’epoca d’oro della stampa, al punto che al direttore del giornale di Muratori, Alberto Massari, in chiusura viene messo in testa il pensiero «Il giornalismo…è il mestiere più bello del mondo e non finirà mai», con il chiaro intento di strappare un sorriso amaro al lettore. Si può leggere come un romanzo storico, «Scoop», da quanto oggi quel mondo sembra lontano a chiunque abbia una minima percezione della crisi dei giornali. Ed è questo a rendere il romanzo di Franceschini una satira inoffensiva, e che, in definitiva, fa voler bene a quelle simpatiche canaglie di giornalisti le cui poco eroiche gesta vengono raccontate. Noi, lettori di oggi, sappiamo come andrà a finire la storia. Chissà se un Leandro Tarchetti catapultato nel 2017 definirebbe ancora il giornalismo «il più grande divertimento che puoi avere con i calzoni addosso».

PROMOSSO

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