Nel suo libro-reportage “Si fa presto a dire America” (1988), il giornalista Vittorio Zucconi traccia il ritratto di un Paese dai tanti estremi, in cui già allora si agitava un certo Donald Trump che minacciava (inascoltato) di candidarsi alla Casa Bianca

Si fa presto a dire America, ad abbandonarsi alle immagini e ai luoghi spesso comuni che ognuno di noi collega a questo nome, spaventoso e scintillante, quasi magico. America. Si fa presto a dimenticarsi che si chiamano “America” 2 dei Continenti del nostro pianeta, 42 milioni e mezzo di terra su cui camminano circa 915 milioni di anime. Più facile chiamare “America” solo la parte più opulenta di tutte le terre emerse. Gli Stati Uniti. Un Paese che nell’immaginario collettivo ha monopolizzato la parola America, fagocitando i propri vicini di casa come un hamburger divorato da uno dei suoi troppi cittadini obesi in un fast food.

Come parlare di America (pardon, di Stati Uniti d’America) senza innamorarsene o senza finire per detestarla? Vittorio Zucconi a questa domanda ha dato la risposta più semplice: armarsi di taccuino e macchina fotografica ed esplorarla fino nei suoi angoli più oscuri. Il risultato del suo viaggio è un libro-reportage “Si fa presto a dire America”, edito da Mondadori.

Siamo nel 1988, anno di elezioni dopo l’era reaganiana, che finiva tra la demenza senile del suo principale protagonista e un paese che si interrogava non senza qualche inquietudine su quale direzione prendere. Si parla di sfiducia diffusa verso la classe politica di Washington, disuguaglianze sociali, immense fortune accumulate e bruciate in un soffio, città all’avanguardia e sacche di miseria vergognose, estremo conservatorismo religioso, violenza, tensioni razziali.

Ricordate che siamo negli anni ’80, vero? Se deciderete di leggere questo vecchio libro farete meglio a tenerlo bene a mente, perché il rischio di distrarsi e pensare di leggere dell’”America” di oggi è sempre in agguato.

Fareste bene a tenerlo ben presente in particolare quando incapperete nel secondo paragrafo del capitolo 10, intitolato “L’uomo che cambierà New York”. In poche pagine si racconta la storia del nipote di un birraio svedese di Malmoe (in realtà già di origine tedesca, ma che si è spacciato per “svedese” fino agli anni ’90, si dice per non guastare i propri affari con gli ebrei ricchi) migrato a Manhattan nel XIX secolo, e figlio di un aiuta-cavalli che inizia a fare soldi comprando case con prestiti ottenuti chissà come dalle banche e rivendendole al doppio del prezzo. Il nostro uomo eredita l’attività paterna, e arriva a possedere 30 mila appartamenti a Manhattan e a guadagnare l’equivalente di 420 miliardi di lire all’anno solo dagli affitti. Fortuna stimata oltre i 1500 miliardi di lire di allora. L’uomo si chiama Donald J Trump. Solo uno tra tanti in quel tour della megalomania e dei miliardi targati Usa che è il capitolo “Profitto e castigo” del libro, ma che non può non far scattare una lampadina in testa al lettore del 2016. Sono passati quasi 30 anni da quando Trump rispondeva alle domande di Zucconi a quando lo stesso Trump si candidava alla presidenza degli Stati Uniti. Ma il personaggio c’era già tutto. “Sono semplicemente l’uomo che sta cambiando Manhattan – diceva senza finta modestia – e quindi, un po’ il profilo del mondo, se mi permettete”.

E il mondo, Donald J Trump, lo stava già un po’ cambiando per davvero. Era il come lo stesse cambiando a generare, già allora, fiumi di polemiche, in una baraonda mediatica in cui, già allora, Trump dimostrava di sapersi muovere con estrema disinvoltura. Come quando dette del «vecchio rimbambito e frocio» all’allora sindaco omosessuale di New York Ed Koch perché si era permesso di definirlo «un ragazzino viziato che gioca a monopoli con la vita di una città». Nel turbine di insulti che ne seguì, Trump arrivò fino (sorpresa) a dichiararsi disponibile per una candidatura alla Casa Bianca.

Una dichiarazione che allora passò inosservata, o quasi. Oggi, quello stesso personaggio si è fatto pretendete al trono, senza aver corretto nulla dei propri “eccessi di gioventù”.

La storia, evidentemente, non cancella nulla, al limite archivia. Anche le più insignificanti o assurde dichiarazioni possono gonfiarsi fino a diventare, appunto, storia. Come il clamoroso successo politico di un giovanotto arrogante che accumula voti promettendo muri e non ben precisate “vittorie”. Per questo può aver senso, oggi, leggere un libro di quasi 30 anni fa, in questo 2016 di transizione, come lo era quel lontano 1988.
PROMOSSO

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