La “legge Basaglia” (la n. 180 del 13 maggio 1978) ha chiuso gli ospedali psichiatrici istituendo i Servizi di igiene mentale pubblici, anche se molti istituti rimasero in realtà aperti fino agli anni Novanta. Fino alla riforma, comunque, la cura delle malattie mentali era regolata dalle “disposizioni sui manicomi e sugli alienati” del 1904, una legge che consentiva di far rinchiudere piuttosto facilmente chiunque risultasse pericoloso a sé o agli altri o costituisse “pubblico scandalo”. Era sufficiente un certificato medico e il timbro di un tribunale, dopo un periodo di osservazione non più lungo di un mese. Chiunque poteva segnalare un “alienato”, “nell’interesse degli infermi e della società”.

«La legge del 1904 – ha spiegato l’ex parlamentare della Dc e relatore della Basaglia Bruno Orsini in un’intervista a “Psychiatry On Line Italia” visibile su Youtube – non fu una legge sanitaria ma sostanzialmente di ordine pubblico, la quale si proponeva di difendere la società dalla vera o presunta violenza dei folli».

È bene tenere a mente tutto ciò, per capire la storia dei manicomi nel nostro Paese. Una grande storia collettiva fatta di centinaia di migliaia di piccole storie individuali, per lo più dimenticate, sempre tragiche. Vite come quella di Ebe, rinchiusa a 19 anni nel manicomio di Cogoleto per un fisico troppo grande e un carattere riservato. O di Amarilli, maestrina rinchiusa anch’essa nella struttura di Pratozanino che nonostante la “follia” insegnava ai malati geometria, grammatica, musica, cucito e scriveva i suoi pensieri su quaderni, libri e ovunque ci fosse carta con spazio libero. Oppure ancora Amelia, finita in manicomio ad appena vent’anni perché dava scandalo cantando per le vie di Celle Ligure, e rimasta rinchiusa fino all’ultimo dei suoi giorni…

Gocce nell’oceano, che si ritrovano nella nostra inchiesta, per far si che non si disperda del tutto la memoria su quello che è uno dei capitoli più tristi della storia del nostro Paese.

Di seguito, una descrizione dei manicomi genovesi le cui cartelle cliniche sono conservate nel magazzino di Borzoli, in attesa di essere inserite nell’archivio del progetto “Carte da legare”.

Via Galata, il più antico dei grandi manicomi genovesi

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A pochi anni dalla propria nascita, il Regno d’Italia trasferisce l’onere dell’assistenza psichiatrica sulle spalle delle Province. È il 20 marzo del 1865, e a Genova si contano circa 800 malati di mente, in gran parte ospitati nell’istituto di Via Galata. Aperto nel 1841, il manicomio era nato da un’idea dell’allora presidente della giunta degli istituti ospedalieri genovesi, il marchese Antonio Brignole Sale, che già dal 1826 si adoperava per la costruzione di un “asilo speciale per gli alienati”. Le costruzioni erano iniziate nel 1934 sotto la guida degli architetti Carlo Barabino e Domenico Cervetto, che avevano individuato l’area del rione “San Vincenzo”, nella zona chiamata “piana di Abrara”. Al momento dell’apertura, il manicomio contava 400 posti letto, e accolse subito 162 pazienti dallo “Spedale degli incurabili”, 78 uomini e 84 donne.
A soli 5 anni dall’inaugurazione, l’ottavo Congresso degli scienziati italiani (che si tenne a Genova) ne promosse il funzionamento, ma ne bocciò la collocazione, troppo centrale nel tessuto cittadino. A questo problema si aggiunge la forte crescita del numero di pazienti negli anni successivi. Nel 1877 una commissione formata dai dottori Tamburini, Biffi e Pini decreta la chiusura dell’istituto, che ormai in pessime condizioni igieniche e sanitarie ospitava circa 600 pazienti.
I malati cominciano ad abbandonare la struttura, 350 di essi vengono trasferiti al San Raffaele di Coronata e altri 135 in un edificio di Bolzaneto, ma sarà solo con la nascita di Quarto e Pratozanino che la Provincia riuscirà a soddisfare la sempre maggiore domanda di posti letto. L’ultimo paziente lascia il manicomio di via Galata nel 1912, anno in cui la struttura viene demolita. Nel frattempo erano nati quelli che diventeranno i due manicomi più significativi del genovesato: Quarto (1895) e Pratozanino, sulle alture di Cogoleto (1909), oltre ad altri istituti “minori” come la “Casa di Cure per le malattie nervose” del professor Enrico Morselli.

Villa Maria Pia, Casa di cure per pazienti di lusso del prof. Morselli, pioniere della psichiatria italiana

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La “Casa di cure di Villa Maria Pia” era una clinica privata aperta ad Albaro nel 1887 dal professor Enrico Morselli. A esservi ospitati erano gli psicopatici, i neuropatici e i morfo-cocainomani di buona famiglia, che per ricevere le cure pagavano una retta in anticipo. In cambio ricevevano cure e trattamenti personalizzati piuttosto all’avanguardia per l’epoca, che potevano prevedere l’isolamento, il soggiorno all’aria aperta, l’idroterapia, il massaggio o la psicoterapia. Il regolamento della struttura fu approvato dal Consiglio sanitario nazionale il 5 novembre 1898, e in esso si legge che la clinica si distribuiva su due palazzine collocate in un parco.

Enrico Morselli (1852-1929)
Enrico Morselli (1852-1929)

Il suo fondatore, Enrico Morselli, aveva in precedenza diretto il manicomio provinciale Santa Croce di Macerata, ed era stato primario in quello di Torino. Dal 1889 era professore all’Università di Genova, dove insegnò psichiatria, psicologia forense, psicologia sperimentale e antropologia.
Morselli fu, per certi versi, un vero e proprio “pioniere” nel panorama della psichiatria in Italia. Sempre in evidenza per le sue idee “progressiste”, a Macerata fu il primo in Italia a concedere a un gruppo di pazienti di uscire dalla struttura. A Torino, dove insegnò all’Università e diresse il Manicomio Provinciale, la sua visione all’avanguardia arriva a piena maturazione. «Siate per i nostri malati i fratelli e gli amici premurosi che la vita ha loro negato – avrebbe sostenuto secondo il paragrafo a lui dedicato nella “Storia della medicina” di Sergio Musitelli – essi devono sentire in voi la fiamma dell’amore, non il freddo distacco del custode, o, peggio, dell’aguzzino».
Proprio queste sue idee lo porteranno in rotta di collisione con l’ambiente torinese, da cui darà le dimissioni per trasferirsi nel capoluogo ligure. Qui, nell’istituto di Villa Maria Pia, mette in pratica le idee di una vita. Morirà a Genova il 18 febbraio 1929, sei anni prima della chiusura della sua “creatura”, il 31 dicembre 1936.

Il manicomio di Quarto, il più longevo

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La struttura di Quarto, aperta nel 1895, fu tra le prime ad assorbire gran parte dei pazienti trasferiti dal vecchio istituto di Via Galata, oltre ad alcuni provenienti dal San Raffaele di Coronata, dalla Spezia e Mondonuovo a San Francesco d’Albaro. Sin dai primi anni di vita dovette dunque far fronte a problemi di eccessivo affollamento. Risale al 1904 una lettera del direttore Lugi Maccabruni alla Provincia, in cui si denunciava l’insufficienza della struttura per ospitare tutti i degenti, che ormai erano più di 2 mila.
Il loro numero, tuttavia, negli anni successivi è destinato a crescere ancora. Nonostante tra il 1911 e il 1913 parte dei pazienti fosse stata trasferita nel neonato istituto di Pratozanino, gli anni ’10 vedono un deciso, ulteriore affollamento delle strutture. In particolare a seguito del primo conflitto mondiale, la struttura di Quarto occupa diversi soldati di ritorno dal fronte, traumatizzati dalla guerra.
Col passare degli anni, Quarto assume sempre più le funzioni di “ospedale”, occupandosi della cura dei disturbi acuti, mentre a Cogoleto vengono ospitati pazienti cronici, in genere più tranquilli e gestibili. Il 17 novembre 1927 la Giunta provinciale amministrativa di Genova approva il “Regolamento speciale dell’Ospedale psichiatrico provinciale”, che decreta l’accorpamento degli istituti di Quarto e Cogoleto nell’”Ospedale psichiatrico provinciale di Genova”, denominazione che sostituisce quella di “manicomio”. I due istituti vanno così a formare “un unico organismo assistenziale” con sede a Quarto, il cui personale può essere spostato a discrezione della direzione. In quegli anni, oltre a “manicomio”, spariscono dagli atti ufficiali altri termini ritenuti offensivi come “demente”, “cretino”, “mentecatto” o “alienato”, fino a quel momento utilizzati regolarmente. Piccole grandi rivoluzioni che testimoniano una progressiva “umanizzazione” dei malati.

L’istituto di Pratozanino a Cogoleto

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Inaugurato nel 1909, a 14 anni di distanza da quello di Quarto, il manicomio di Pratozanino (sulle alture di Cogoleto) si afferma ben presto come secondo grande istituto della Provincia di Genova. Sin dalla sua nascita, il numero di pazienti crescerà costantemente, insieme alle dimensioni della struttura. Basti pensare che se nel 1911 gli ospiti erano 426 (351 e 75 donne), solo due anni più tardi le donne ospitate sono 384 e gli uomini addirittura 1039, in gran parte provenienti da Quarto.
Gli anni ’10 del 900 vedono una crescita generale del numero di pazienti nei manicomi. Gli studi dell’epoca ne individuano le cause nell’alcolismo diffuso tra la classe operaia, la diffusione della sifilide e la “facile” tendenza al ricovero di anziani di cui le famiglie non riuscivano a prendersi cura. In realtà, a finire rinchiusi erano spesso anche persone senza alcuna malattia psichiatrica, il cui comportamento oggi non verrebbe considerato “deviante” da nessuno.
Oltre alle pagine oscure (di certo non prerogativa degli istituti genovesi), non mancano le note positive. Secondo quanto emerge dalle carte, i pazienti più “gestibili” venivano ciclicamente portati in gita all’aperto o al cinema, e sin dall’inizio nella struttura è presente un teatrino in cui i pazienti recitano assieme al personale. Piccoli sprazzi di luce in vite spesso dalle tinte fosche.
Come il manicomio di Quarto, anche quello di Cogoleto si ritrova a ospitare molti militari di ritorno dal fronte, al punto che due padiglioni vengono affidati direttamente alla Direzione Militare di Sanità anziché al normale personale. Il numero di pazienti continua a crescere: nel 1924 sono ormai 2.200, nel 1933 diventano 3.600.

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