Sembra un normale magazzino pieno di banali scatoloni colmi di fascicoli. Documenti commerciali di una o più ditte che affittano spazi quando non sanno dove mettere vecchie fatture, documenti e quintali di carta che bisogna tenere ma nessuno guarderà mai.

Invece negli stanzoni di un capannone di Borzoli, sulle alture di Genova, in ognuna delle scatole accatastate in apparente disordine non ci sono tabulati, vecchi bilanci, corrispondenza inutile o fogli pieni di numeri che non servono più. Ma fascicoli ordinati per anno – da metà dall’800 alla fine del secolo scorso – e divisi per Uomini, Donne, Bambini, Visite parenti, Prima Guerra Mondiale, Rubriche generali, Riviste, Atti Consiglio Provinciale, Distribuzione dietetica giornaliera, Libri matricola, Economato, Carteggio direzione, Schede bibliografiche su patologie psichiatriche, Registri coercizione, Registri Camera di contenzione, Cartelle nosografiche

Quasi tutto è scritto a mano e sono poche le cose che non attirano la curiosità. Anzi. Le Cartelle cliniche, che recano in testa i nomi e cognomi dei pazienti, e la patologia per la quale sono stati ricoverati nei manicomi liguri, sembrano pulsare di vita. Ognuna racchiude una storia, e ogni storia è diversa, con il suo carico di umanità e sofferenza.

Pochi, forse pochissimi lo sanno, ma qui dentro sono conservate – e si stanno ricostruendo – le vicende di diverse decine di migliaia di persone che nell’ultimo secolo e mezzo hanno popolato i quattro manicomi pubblici e privati liguri che hanno “fatto”, nel bene e nel male, la storia della psichiatria ligure, fino a dopo la riforma voluta da Franco Basaglia nel 1978, che ha decretato la chiusura di queste strutture.

Una storia che ha visto non solo la sofferenza dei pazienti per i metodi usati (letti di contenzione, sbarre alle finestre, farmaci somministrati in modo massiccio) ma spesso anche la psichiatria utilizzata come medicina sperimentale, metodo di controllo politico e sociale, ma anche intervento innovativo per aiutare persone afflitte da menti malate.

La raccolta del materiale è stata effettuata, in collaborazione con il sistema sanitario ligure, nell’ambito dei programmi del Sistema informativo unificato per le soprintendenze archivistiche – SIUSA, e l’informatizzazione avviene in base al progetto nazionale “Carte da legare”, affidata a una sola archivista, Simonetta Ottani, che lavora a contratto e ha già prodotto una serie di contenuti, che si trovano online, sugli ospedali psichiatrici liguri.

Certo, il magazzino non è il massimo perché gli spazi non consentono di ordinare i fascicoli come un vero archivio avendoli sottomano invece di andare a cercarli spostando scatoloni e aprendoli e chiudendoli continuamente. Certo, magari un aiuto, forse anche un paio di stagisti, accelererebbe la catalogazione, lo studio e l’attività. Ma le cinquecento “vite” trascorse in manicomio, accuratamente descritte da medici e infermieri nelle cartelle cliniche e già trascritte – circa 100 mila recuperate complessivamente negli archivi degli ospedali liguri – offrono uno spaccato unico dell’interno degli ospedali psichiatrici.

Lo stesso lavoro si sta facendo in tutt’Italia per giungere a un archivio unico dei manicomi italiani. A partire dalla metà dell’800, la Liguria contribuirà con il materiale trovato a Villa Maria Pia del dott. Morselli di Genova, degli istituti psichiatrici genovesi di via Galata, di Quarto e di Pratozanino a Cogoleto.

Con Simonetta Ottani facciamo, in esclusiva, un viaggio nel materiale e nelle storie custodite nell’archivio dei manicomi liguri.

Sotto, l’intervista video con la testimonianza e, per la prima volta, le riprese del magazzino-archivio e di numerosi documenti inediti, cartelle cliniche, foto d’epoca, immagini significative (perfino le ossa di uno scheletro vero trovato tra le carte, usato probabilmente per lezioni di anatomia nei manicomi).

Poi, di seguito, la trascrizione dell’intervista.

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Ha collaborato Luca Lottero

Video di Riccardo Molinari

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Siamo a Borzoli, in un deposito commerciale dove sono depositate diverse centinaia di scatole contenenti migliaia di fascicoli. Ognuno di essi, scritto a mano, contiene la storia di una persona. Storie non ordinarie. Qui tutti i fascicoli vengono catalogati e trascritti nell’ambito di un progetto nazionale che si chiama “Carte da legare”, promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e gestito dalla Soprintendenza Archivistica della Liguria, che ha come scopo il recupero delle cartelle cliniche dei manicomi italiani. A partire dalle più antiche, dall’inizio del secolo scorso.

Siamo con l’archivista Simonetta Ottani, che ha ricevuto l’incarico di fare questo lavoro. Come viene svolto?

I dati confluiscono in una banca dati realizzata con un software apposito che si chiama Arcanamente, e al momento ha già più 100 mila cartelle cliniche. I dati che noi rileviamo sono riguardanti ovviamente i dati anagrafici ma anche relativi allo stato sociale dei pazienti; poi i dati clinici, infatti nella banca dati vengono raccolte tutte le informazioni riguardanti l’anamnesi e le varie diagnosi, sia di tipo psichiatrico che di altre malattie che i pazienti avevano all’ingresso o che hanno sviluppato nel corso del tempo.

Da quando parte questa ricerca e quanti manicomi interessa?

La documentazione depositata parte dalla metà dell’800 perché qui abbiamo diversi fondi. Innanzitutto c’è il quello dell’antico manicomio di via Galata, che fu il primo manicomio genovese, istituito nel 1841. Si collocava in un’area definita Piana di Abrara, più o meno nella zona fra via Cesarea e l’attuale Piazza della Vittoria. Verso la fine dell’800 fu ritenuto ormai insufficiente e insalubre e fu pertanto proposta la costruzione di nuovi nosocomi più grandi e adeguati: e infatti con la fine dell’800, nel 1895 viene inaugurato l’ospedale psichiatrico di Quarto del Mille e nel frattempo viene iniziata la costruzione dell’ospedale psichiatrico sulle alture di Cogoleto, a Pratozanino. Quest’ultimo entrerà in funzione nel 1911. Da qui il fondo archivistico dell’Ospedale psichiatrico di Cogoleto Pratozanino.

Oltre a questo vi sono anche altri fondi minori come quantitativo di unità archivistiche tra i quali l’archivio di Villa Maria Pia, casa di cure di malattie nervose del prof. Morselli. Era una casa di cura privata che fu attiva fino al 1936, nella quale venivano ricoverati a pagamento persone di ceto più abbiente, quindi potevano esserci professionisti, intellettuali, imprenditori che avevano fatto fortuna all’estero e che poi ritornavano a Genova. Comunque la tipologia di ricoverati di Villa Maria Pia è particolare e diversa rispetto a quelli di Cogoleto e di Quarto.

 Quanti sono i fascicoli e le cartelle cliniche dei ricoverati che sono complessivamente conservati qui?

È difficile dare una valutazione in questo momento perché la schedatura è solo agli inizi, però dai conteggi che ho fatto potrebbero esserci circa 25 mila cartelle cliniche solo per l’ospedale di Cogoleto; di Quarto non lo so, però mi è stato detto che sono di più, per cui potrebbero essere 30 mila. Mentre invece dei fascicoli dell’ospedale di via Galata, che sono diverse centinaia, migliaia forse, non saprei dire perché quei fascicoli sono ordinati per ordine alfabetico per cui è difficile dire a priori quanti sono.

Quindi oltre 50 mila fascicoli. Quanti ne sono stati digitalizzati?

Inseriti nella banca dati di “Carte da legare” al momento circa 500.

Quante persone lavorate a questo progetto?

Beh, al momento solo io ho avuto questo incarico dalla Soprintendenza.

Da quanto tempo?

Da gennaio. Chiaramente alterno quest’attività anche ad altre… però è un lavoro molto minuzioso per cui non si riesce a farne tantissimi.

Certo, perché è tutto scritto a mano, all’inizio del secolo…

Si è vero, è quasi tutto scritto a mano ma è assolutamente leggibile, però i dati da rilevare sono tanti perché per ogni ricovero ci sono tante cose da rilevare.

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Per la verità a guardarlo questo non sembrerebbe un archivio quanto un magazzino…fa anche freddo, non c’è nemmeno il riscaldamento. Come si svolge il suo lavoro?

Beh, Io ho un mio computer portatile con un collegamento wi-fi… Penso che l’obiettivo della Asl e anche della Sovrintendenza sia di valorizzare questo archivio che è interessantissimo, offre infinite possibilità di ricerca in vari ambiti, non solo della storia della psichiatria ma anche più a vasto raggio della storia sociale, per cui sicuramente c’è l’intenzione di dargli una collocazione adeguata… Anche perché l’archivio di Cologleto è già tutto completamente inventariato e anche se non sembra è riordinato, ma al momento non c’è spazio per disporre fisicamente in ordine su scaffali questi faldoni, questi registri che sono già stati tutti quanti inventariati.

Si hanno richieste tutto sommato abbastanza frequenti di consultazione. Per esempio di recente è venuta una docente dell’università di Strasburgo specificamente interessata ai fascicoli dei ricoverati dopo la guerra di Libia, quindi del 1912-13. Oppure qualche mese fa è venuto un giornalista interessato ai ricoveri dei reduci della Prima Guerra Mondiale, ricoverati per shock post traumatico. Oppure il Fondo di Villa Maria Pia è stato oggetto i studio da parte di una ricercatrice dell’università di Los Angeles, che è venuta alcuni anni fa…

Con questi documenti si può ricostruire anche la storia della psichiatria dall’inizio del secolo scorso fino alla chiusura del manicomi avvenuta con la legge Basaglia a partire dalla fine degli anni ‘70. Lei che idea si è fatta?

Premettendo che io non sono un medico e non sono nemmeno uno storico ma solo un’archivista, la mia impressione me la sono fatta. Anche perché di cartelle cliniche di uomini ne ho guardate, per quanto velocemente, almeno 9 mila, di cartelle di donne ne ho già guardate in estremo dettaglio 500. Un’idea me la sono fatta.

Mi sembra che fosse molto facile essere ricoverati. Posso farvi qualche esempio.

Giusto ieri mi è capitata la cartella di una ragazza di vent’anni che fu ricoverata perché canticchiava in giro per Celle Ligure. Infatti guardando proprio il certificato medico che ha portato al ricovero di questa ragazza che poi rimase per 7-8 mesi con diagnosi “disinganno amoroso”, il medico scrive: «Non si era mai manifestata la necessità di ricoverare questa ragazza anche se ultimamente era un po’ taciturna, un po’ più capricciosa. Non si era mai manifestata la necessità se non oggi, onde evitare lo scandalo che poteva dare in paese». Questo fu un motivo di internamento.

Oppure tra i ricoverati dei reduci della Prima Guerra Mondiale, ci sono persone che sicuramente hanno subito un shock, però ci sono anche dei simulatori, perché nelle osservazioni si legge che finché veniva guardato il ricoverato teneva un certo comportamento allucinato, non parlava non rispondeva, appena credeva di non essere più osservato faceva quello che voleva, quindi era assolutamente in grado di intendere e di volere.

Oppure mi sono fatta l’idea che anche per i bambini purtroppo fosse molto facile essere ricoverati. Infatti troviamo bambini “discoli”. Proprio con scritto: «Bambino discolo, bambino che non dà retta, che dice le parolacce».

Oppure ragazze adolescenti un po’ contestatrici. E i genitori non hanno voglia di discutere e quindi dicono che la ragazza è capricciosa e la ricoverano. Ci sono casi anche molto tristi di ragazze per le quali viene fatta una diagnosi di non alienazione, per cui i medici dicono: «La ragazza non è malata di mente», ma i genitori chiedono: «Potete tenerla dentro ancora un po’ perché se viene a casa fa delle stranezze?». Succede a volte che queste ragazze poi rimangano qui, impazziscano davvero e muoiano in ospedale.

Oppure proprio ieri mi è capitato il caso di una paziente psichiatrica adulta che viene definita con “tendenze erotiche”, oggi forse potremmo dire pedofile. Era chiaramente una malata non in grado di intendere e di volere, tant’è che era già stata arrestata e portata a Marassi per rapimento di minore in centro a Genova, e però anche qui nonostante l’osservazione, nonostante il controllo, continuava ad abusare di bambini, perché si legge nei rapporti scritti dalle infermiere: «Anche oggi è stata trovata con la bambina in atteggiamenti immodesti…», perché venivano usati degli eufemismi. Oppure: «Abbiamo sentito piangere, l’abbiamo sentita che pigiava un materasso», e infatti stava soffocando una bambina tra due materassi. Come tutto sommato non infrequenti sono i casi di suicidio oppure di fuga.

Dunque malati veri, malati falsi, malati immaginari, persone ristrette perché davano fastidio, bambini discoli, ragazze capricciose, forse politici e non solo… in queste scatole ci sono centinaia, migliaia di storie di vite ancora tutte da scoprire, che fanno parte non solo di una psichiatria forse sconosciuta ai più, ma della nostra storia.

Ma nell’archivio non ci sono solo fascicoli. Durante la raccolta del materiale nei vari istituti psichiatrici, è stato trovato un po’ di tutto: collezioni di giornali, opere di varia natura, e anche una scatola contenente ossa umane tenute insieme da molle e fil di ferro: probabilmente uno scheletro servito per le lezioni di anatomia in qualche aula di scienze.

Questo è un quaderno dal 22 febbraio al 28 febbraio del 44. Leggo. «Meglio tardi che mai. Maria canta male. Mario non è giunto. Il coniglio nasce male. Le stelle cadono d’estate. Raffaele non piange. Anna dorme. La situazione è polverosa. Adesso canto».

Questo però era malato davvero…

Non credo. In realtà questo appartiene a una serie di una trentina di quaderni nei quali qualcuno, all’interno del manicomio, nel periodo tra il 15 settembre del 43 e il 27 luglio del 44, trascriveva sostanzialmente fedelmente, le trasmissioni radio che ascoltava. E queste trasmissioni erano Radio Londra, Radio Roma Tedesca, ma anche Radio New York e altre radio per cui abbiamo un pezzo di storia di quel periodo registrato in questi quaderni.

Perché dico che probabilmente non era un malato? Perché nell’ultimo quaderno si dice: «Oggi mi hanno boicottato la radio. È successo qualcosa, perché quando sono uscito la radio funzionava, poi ho chiuso a chiave e al ritorno la radio non funzionava più e mi hanno detto che è entrato un tecnico». Allora pensare che un malato potesse avere le chiavi di un locale mi sembra strano. E anche dalla proprietà del linguaggio dall’abilità di riuscire a trascrivere velocemente quanto veniva ascoltato, propenderei per un medico o per un dipendente del manicomio però di un certo livello culturale.

Questo è materiale trovato nel manicomio di Pratozanino. La Resistenza è passata anche da qui?

Beh si. Naturalmente quelli che avevi letto all’inizio erano dei messaggi in codice, dei messaggi che erano rivolti ai partigiani che aiutavano le truppe alleate che stavano risalendo l’Italia.

Torniamo un po’ indietro nel tempo: nel ’22 ci fu un’incursione di fascisti che entrarono forzando le porte e gli armadi, e misero a soqquadro gli uffici cercando delle bandiere rosse, e imposero al direttore di licenziare immediatamente 4 dipendenti. Il direttore riuscì a mettere un po’ pace quella sera. Questi fascisti si recarono poi in casa di un dipendente che abitava mi pare a Cogoleto ed effettivamente trovarono una bandiera rossa, con la scritta “Soviet” e anche li imposero che la persona venisse licenziata. Si sa però che dopo non molto tempo questi dipendenti furono riammessi al lavoro.

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