I numeri sono alti. Molto alti. A leggerli si sta male: «25.889 reati ambientali contestati su tutto il territorio nazionale (-7% rispetto al 2015) 71 al giorno, circa 3 ogni ora».

L’Unione Europea continua a mettere sul banco degli imputati il governo italiano, che con le 133 discariche rimaste in procedura di infrazione, dopo giugno 2016 non ha rispettato le decisioni della Corte di giustizia della Comunità; non ha provveduto alla bonifica ed è stato condannato, con l’accusa di infrazioni alle direttive. Ottanta milioni di euro di multa. Delle 133 discariche che vengono ritenute con tipologia di rifiuti non pericolosi solo una, quella di Riano, in località Quadro Alto, vicino Roma, contiene invece sostanze pericolose.

Una mozione in merito al gravoso problema della Discarica di Quadro Alto è stata presentata da Marco Silvestroni presso gli uffici del Consiglio della Città Metropolitana di Roma Capitale. «...luogo di discarica abusiva di rifiuti tossici farmaceutici negli anni ’80. Un preoccupante aumento di mortalità di persone giovani a causa di leucemia e cancro, in misura che potrebbe definirsi epidermica, è stata purtroppo messa in relazione al sotterramento di un numero imprecisato di fusti contenenti materiali tossici e nocivi nel sito di Piana Perina, limitrofo al sito di Quadro Alto». E ancora:Aumentano arresti, denunce e sequestri…». Un settore, quello dei rifiuti, che fa paura, e che vede in primo piano gli interessi della criminalità organizzata«5.722 reati; 6.877 denunce; 118 arresti; 2.202 sequestri».

Ma la nuova normativa è in grado di colpire realmente chi inquina e mette in pericolo gli italiani? Non vi è praticamente regione che non sia coinvolta. Da questo si può dedurre che l’inquinamento nel nostro Paese non viene considerato che un problema vero e di emergenza merita. E che di conseguenza anche la salute degli italiani finisce in fondo alla memoria di chi invece è deputato a salvaguardarla.

In Italia, discariche e fabbriche inquinanti sono al primo posto per infrazioni. E così da anni l’Europa bacchetta il nostro Paese, ma con scarsi risultati. Richiama il governo a ottemperare agli accordi internazionali e a non sottovalutare il problema, pena ulteriori infrazioni. Deferisce l’Italia alla Corte di giustizia europea, per la mancata bonifica o chiusura delle discariche che costituiscono un grave rischio per la salute umana e per l’ambiente.

L’ultima denuncia è del 13 luglio scorso e si riferisce alla procedura di infrazione aperta già nel 2011 per violazione della direttiva sulle discariche (Direttiva 1999/31/CE). Questa imponeva agli Stati membri di bonificare o chiudere entro il 16 luglio 2009 le discariche già autorizzate o in funzione, prima del 16 luglio 2011 (“discariche preesistenti”). Nonostante i vari ammonimenti, l’Italia però non ha adottato le misure e il mancato rispetto delle regole ci è costato un malloppo di ben 180 milioni di euro fra multe e more. Di questi, 80 milioni da addebitare  all’inquinamento provocato da industrie e discariche.

Così delle 82 infrazioni che attualmente coinvolgono il nostro Paese, il 18,29% riguarda l’ambiente. Le procedure di infrazione a carico dell’Italia dopo le nuove decisioni adottate dalla Commissione europea il 13 luglio, per il mancato recepimento delle direttive europee sono 65. Di queste, 54 per violazione del diritto dell’Unione e 11 per mancato recepimento delle stesse. Ad oggi stiamo pagando per quattro procedure d’infrazione. La prima risale al 2003 e riguarda la non corretta applicazione di tre direttive: una sui rifiuti, un’altra sui rifiuti pericolosi e un’altra ancora sulle discariche. In totale, solo per il 2015, l’Italia ha pagato 79,8 milioni di euro: l’infrazione più dispendiosa per il nostro Paese. E il ministro dell’Economia e delle Finanze Carlo Padoan, questi soldoni versati all’Europa li voleva recuperare. In particolare addebitandoli a Campania, Calabria, Abruzzo e Lazio. Che però non hanno, come tutte le altre regioni italiane, alcuna intenzione di pagare, come riferisce ad esempio Il Fatto Quotidiano.

E’ come il cane che si morde la coda insomma. Ma per l’Unione europea l’ambiente resta il settore con più violazioni. Una mappatura reale ed esaustiva dei siti che inquinano, dove ci siano le industrie e le discariche autorizzate o abusive è arduo pensare di costruirla come specchio assoluto della realtà, vista la velocità con cui questa muta per gli interessi che ci sono in gioco. Secondo la Nota n. 110 sugli atti dell’Unione Europea, le discariche che costituiscono un grave rischio per la salute umana e per l’ambiente, in Italia sono 44. Questo il dato ufficiale. Ma la realtà è ben diversa e risulta molto difficile fotografare l’inquinamento.  A settembre del 2009, in Italia risultavano ancora 187 discariche “preesistenti” non ancora regolarizzate.

A seguito di un carteggio fra la Commissione europea e le Autorità italiane, queste ultime comunicavano, con nota del 16 maggio 2011, che le discariche “preesistenti” non ancora messe a norma ammontavano a 102 (di cui 3 di rifiuti pericolosi), così distribuite: Abruzzo (21 discariche), Basilicata (19), Calabria (4), Campania (5), Friuli Venezia Giulia (10), Emilia Romagna (2), Liguria (1), Lombardia (2), Marche (1), Molise (10), Piemonte (7), Puglia (6), Sardegna (12), Umbria (2).

Un ulteriore parere motivato è stato emesso il 18 giugno 2015, ma poiché, a quasi sei anni dal termine ultimo per la chiusura, la Commissione europea rilevava la presenza di 50 discariche non ancora conformi e in attività con almeno una delle discariche in questione che conteneva rifiuti pericolosi, ha emanato le ultime decisioni del 13 luglio. Ad oggi le discariche, come risulta dagli atti del Senato, che inquinano sono scese a 44 e sono così distribuite: Abruzzo (11 discariche), Basilicata (23 discariche), Campania (2 discariche), Friuli Venezia Giulia (3 discariche) e Puglia (5 discariche).

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo incarichi e conseguenti rinunce di esperti e autorità del settore, finalmente, il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Gian Luca Galletti, nella riunione del 24 marzo di quest’anno è riuscito a trovare un commissario che ha accettato l’incarico di gestire e risolvere l’emergenza legata alla mancata regolarizzazione delle numerose discariche da parte delle amministrazioni regionali e comunali. È il generale di brigata dei carabinieri Giuseppe Vadalà che dovrà occuparsi della realizzazione degli interventi necessari all’adeguamento di 58 discariche abusive distribuite sul territorio nazionale.

La Commissione europea però, con le decisioni di luglio incalza l’Italia. Il 26 febbraio 2016, come risulta dal sito del Dipartimento per le politiche europee, le infrazioni in materia ambientale erano 18, su un totale di 83, confermando la tendenza già evidenziata negli anni precedenti, che l’ambiente in Italia è il settore con il più alto tasso di violazioni del diritto europeo, come è stato nel 2014 con il maggior numero di infrazioni.

Montagne di rifiuti tossici e non, ciminiere e fiumi di veleni industriali, smaltimento illecito di spazzatura e materiale radioattivo sul territorio, fondali marini infestati, veleni galleggianti e bidoni di scorie radioattive sotterrati un po’ ovunque. Come in Calabria, sulle montagne dell’Aspromonte, dove secondo gli atti desecretati nel maggio del 2014 dall’allora primo ministro Matteo Renzi e precedentemente coperti da segreto di Stato,  «Particolare attenzione viene posta allo smaltimento illecito di rifiuti tossici e radioattivi. Già nel 1994 i Servizi Segreti segnalarono l’esistenza di numerose discariche abusive in cui venivano interrati rifiuti tossico-radioattivi, ubicati nella zona dell’Aspromonte e del Vibonese…».

Famosi gli interramenti lungo gli scavi del metanodotto. «Nella provincia di Reggio Calabria, i luoghi dove si trovano le discariche, per la maggior parte grotte, sono: Grotteria, Limina, Gambarie, Canolo, Locri, Montebello Jonico (100 fusti), Motta San Giovanni, Serra San Bruno (Cz), Stilo, Gioiosa Jonica, Fabrizia (Cz)».

Intanto però i cittadini protestano e sempre più spesso vengono a conoscenza dei pericoli che si corrono per la salute.  Come è avvenuto a Siderno, nella Locride, il 18 luglio scorso, dove  un intero comprensorio vive con l’angoscia di una bomba ecologica che potrebbe scoppiare a causa dei rifiuti dell’ex industria di chimica farmaceutica Laboratorio BP.

Dopo una manifestazione, con la massiccia partecipazione di residenti dell’intero comprensorio della locride e un iter burocratico avviato dal sindaco di Siderno Pietro Fuda, sembra che mercoledì 6 settembre, presso la ex fabbrica si recherà un responsabile della ditta che ha già smaltito parte del materiale inquinante. Dalla verifica dello stato e della quantità di bidoni e materiale, come l’eternit e altro, il Comune potrà fare un preventivo reale di spesa e presentarlo in Regione, affinché possa essere deliberato il finanziamento necessario per la definitiva bonifica. Molte sono però le domande che, a partire dal clamoroso caso-Calabria si pongono gli italiani. Domande che aspettano risposte da molto, troppo tempo.

LASCIA UN COMMENTO