L’ultima vittima è Sasha Sotnik, cronista televisivo di 48 anni, inviso al Cremlino e scappato da Mosca per le minacce di finire come la verdura. Uno sconosciuto, che si è definito un “estimatore” appartenente ai servizi segreti, lo ha avvertito che in ambienti che contano era stata presa la decisione di sopportarlo ancora fino ad ottobre. Dopodiché lo avrebbero preso e, appunto, «trasferito al reparto verdura e ortaggi». Questa volta Alexander Sotnik, giornalista, scrittore, poeta, un passato da musicista e artista, l’ha presa sul serio: ha messo in una borsa la sua telecamera e l’essenziale e si è lasciato Mosca alle spalle. È riuscito ad arrivare a Tblisi, in Georgia, e ora ha paura. Il riferimento alla verdura e agli ortaggi era chiaro: finire tritato.
Secondo l’International Federation of Journalism, tra il ‘92 e il 2009 in Russia sono scomparsi o morti 300 giornalisti. La fuga di Sotnik coincide emblematicamente con la ricorrenza dei 10 anni dell’uccisione, nel portone di casa, della giornalista Anna Politkovskaya (7 ottobre 2006), autrice di numerosi servizi e inchieste sui diritti umani, soprattutto in Cecenia, per la Novaja Gazeta. E con il compleanno di Vladmir Putin, nato lo stesso giorno del 1952 a Leningrado.
Sasha, nonostante la paura, non si arrende: si è organizzato e trasmette i suoi servizi sfidando lo zar del Cremlino con la sua solita tecnica: ferma la gente per strada e chiede opinioni, poi le manda in onda attraverso il suo canale Youtube. È l’ennesimo giornalista minacciato di morte in un Paese dove, giura, si vive nella paura, l’informazione è pura propaganda di regime, chi cerca di fare giornalismo indipendente è sottoposto a pressioni di ogni tipo.
Siamo riusciti a metterci in contatto con lui e a farci raccontare la sua storia e la situazione per chi lavora nel mondo dell’informazione in Russia. Lui lancia un appello ai suoi colleghi stranieri.
Ecco la trascrizione dell’intervista – 9 minuti su 35 di registrazione – che ci ha rilasciato via Skype e di cui abbiamo montato, per ragioni di spazio, solo alcuni passi. Si può vedere e ascoltare nel video, doppiata in lingua italiana.
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Sasha Sotnik, lei è uno dei pochissimi giornalisti indipendenti russi che lavora con una piccola squadra di collaboratori in quella che ha chiamato Sotnik TV. Ha appena lasciato Mosca, come hanno fatto prima di lei altri giornalisti, e ora si trova in Georgia dove continua a produrre i suoi servizi. Che cosa è successo?
Ho sempre ricevuto minacce, ma non così convincenti. Questa volta sono diventate più pesanti e così ho deciso di lasciare la Russia per un po’ di tempo. Spero non per molto.
È stato arrestato, ha subito violenze?
Grazie a Dio, nessuno mi ha picchiato, ma la quantità di queste minacce cresceva sempre. Mi hanno fermato più volte, come è testimoniato anche dai nostri video.
La sua è una piccola Tv, trasmette via web. Riesce a dare davvero tanto fastidio?
Io penso che semplicemente si siano stancati di me. Il potere si è stancato. Per un po’ di tempo hanno pensato che il mio canale sarebbe rimasto invisibile, con poca influenza. Ma è diventato visibile ora, si fa notare. E il potere ha deciso che se io sono così fastidioso e ostinato, bisogna fare qualcosa per tapparmi la bocca. E sono stati costretti a fare qualcosa per obbligarmi ad andare via.
Una sera mi ha chiamato un “benefattore”, che si è presentato come un collaboratore dei servizi segreti, ha detto che per la sua “buona disponibilità” nei miei confronti mi avvertiva che in certe strutture era stata presa la decisione di tollerarmi fino ad ottobre, quindi sarei stato trasferito al “reparto verdure e ortaggi”.
Immagino volesse dire che avrebbero fatto di lei un passato di verdura…
Si, questo è lo stile “scherzoso” dei nostri servizi segreti… Qualcuno dei funzionari avrebbe detto che i miei materiali non avevano nessuna influenza sulla società, come era successo anche dopo l’uccisione della Politkovskaya.
Questo “benefattore” l’aveva protetto altre volte?
No, è apparso una sola volta ed è sparito.
Senta, sono molti oggi i giornalisti di opposizione in Russia?
Sono rimasti giornalisti di questo tipo. Sono ragazzi audaci. C’è Arkadiy Babchenko; c’è Igor Yakovenko a Mosca; c’è Mikhail Afanasjev ad Abakan; e a San-Pietroburgo c’è Vitaliy Schikelskiy. Io penso che una ventina, in giro per il Paese, si trovino. Forse sono anche di più. Forse qualcuno non riesce ad emergere. Ma ci sono e questo è molto importante.
Più che qualunque altra cosa mi disturba il fatto che il giornalismo si insegna ai giovani come la seconda professione più antica del mondo. Gli insegnano a vendersi. Li danneggiano.
Però uno potrebbe pensare: se esiste un giornalismo anche marginale che non viene soppresso un po’ di libertà di stampa esiste in Russia…
Primo, sono tutti, senz’altro, minacciati. Non partono, ma mi sembra che alcuni di loro siano già al limite. Io non posso parlare per loro, decideranno da soli. Anch’io fino ad un certo punto pensavo di non partire per nessuna ragione. Nessuno sa in che modo e chi sarà costretto di lasciare il Paese. Ci sono i “chekisti”, nessuno lo sa. È sicuro che non esiste in Russia la libertà di parola. E poi, loro non scrivono sui giornali. “Novaja Gazeta” si è, per così dire, “sgonfiata”. Non è più il giornale che era prima. “L’Eco di Mosca” non lo definirei più una radio democratica. Si è trasformato in uno scarico del WC. Il telecanale “Dozhd”, si definisce “optimistic channel”, perdonatemi, ma nessun ottimismo si riscontra più in Russia. È un canale televisivo per hipsters ed ha poca attitudine alla libertà di parola.
Cosa conta di fare lei adesso: rimarrà a lavorare all’estero, tornerà in Russia? Quali sono i suoi programmi?
Intanto, ho deciso che non chiederò asilo politico da nessuna parte. E neanche penso di rinunciare alla cittadinanza russa. Io sono una persona onesta, io sono russo, sono un giornalista, semplicemente mi hanno rubato lo stato. La geografia dei miei futuri spostamenti nel mondo di vedrà col tempo. Per ora noi continuiamo col nostro canale “Sotnik TV”. In Russia ho alcuni operatori, non solo a Mosca, ma in varie città e regioni.
Voi non avete né pubblicità né sponsor. Come fate a mantenervi? Vi arrivano i soldi dall’esterno, dai partiti politici, avete sovvenzioni?
Il problema è che il giornalismo politico dovrebbe essere indipendente. E visto che siamo nel XXI secolo è diventato possibile vivere con i contributi degli spettatori.
E se il canale raccoglie grandi quantità di iscritti, quelli fedeli, simpatizzanti, ammiratori se vogliamo, loro sicuramente vorrebbero che questo continuasse. Per far proseguire il lavoro del canale cominciano a sostenerlo finanziandolo. Io ho moltissimi piccoli investitori che mandano un soldino ognuno, ma tutti insieme… Non è una grande somma, non posso dire che siamo ricchi, ma questa somma ci permette tranquillamente di fare quello che facciamo.
Brevemente Sasha. Vuole dire qualcosa ai giornalisti stranieri che seguono le vicende della Russia?
Consiglierei ai miei colleghi occidentali e li pregherei di interrompere la collaborazione con i propagandisti di Putin. Perché loro non sono giornalisti. Quelli che lavorano sui canali e nelle testate di Putin sono propagandisti, criminali che dovrebbero avere diritti ristretti ed essere cacciati dalla professione, ed alcuni di loro devono rispondere penalmente per quello che ora esprimono sui canali TV e nelle radio, o per quello che scrivono sulla carta stampata.
L’ultima domanda Sasha. Lei ha paura?
Dire che non ho paura vorrebbe dire mentire. Sono una persona normale e una certa paura è presente. D’altro canto io capivo benissimo di che cosa mi occupavo, capivo che ogni cosa ha un suo prezzo. Ed il prezzo del giornalismo indipendente, sicuramente è la situazione in cui mi trovo in questo momento. Non posso dire che sono nel panico, no. Io capisco benissimo che tutto questo non è per sempre e prima o poi questo regime crollerà. E penso che accadrà abbastanza presto.

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