Oggi, 7 ottobre, è il decimo anniversario dell’assassinio di Anna Politkovskaya, giornalista di Novaya Gazeta uccisa da diversi colpi di pistola nell’ascensore del proprio condominio. Proprio nel giorno del 54° compleanno di Vladimir Putin. Stava indagando sulle pratiche di tortura usate dalle forze di sicurezza del primo ministro ceceno Rasman Kadyrov, uomo vicino al presidente russo. Era stata proprio una forte opposizione alla seconda guerra in Cecenia a rendere quella coraggiosa giornalista una fastidiosa spina nel fianco del regime di Mosca.

In un articolo pubblicato recentemente, il quotidiano britannico The Guardian sostiene che la libertà della stampa russa sia morta definitivamente insieme con la Politkovskaya. Se infatti la sua uccisione ha avuto un’eco internazionale mai vista per casi precedenti di giornalisti uccisi in Russia, da quel momento la pressione sui reporter non allineati, anziché affievolirsi, è addirittura aumentata.
La guerra in Ucraina ha segnato un nuovo picco di nazionalismo da parte del regime di Putin, e acuito la necessità di una stampa disposta a spargere il verbo del Cremlino.
«Dovete capire che, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, abbiamo lavorato come parte del governo, perché oggi l’informazione è diventata una vera e propria arma»: sono parole che secondo il Guardian sono state pronunciate dal popolare conduttore televisivo russo Ernest Mackevičius di fronte a centinaia di giovani studenti di giornalismo. L’assunto di base di questo “nuovo” modo di vedere il ruolo dell’informazione è che l’occidente menta su tutto ciò che riguarda la Russia, che dal canto suo ha il dovere di difendersi a tono. Una nuova guerra fredda, in sostanza, con le accuse di disinformazione rivolte al nemico usate per alimentare la propaganda. Per chi non si allinea, sono guai, come dimostra la storia di Sasha Sotnik e quella di molti altri giornalisti uccisi, messi sotto processo o minacciati per aver fatto semplicemente il proprio lavoro.

È ancora il Guardian a raccontare la vicenda della reporter di Novaya Gazeta, Elena Kostiuchenko, che lo scorso settembre è stata detenuta per 2 ore insieme alla corrispondente di Takie Dela, Diana Khachatrian, durante le commemorazioni per il 12° anniversario della strage di Beslan, nell’Ossezia del Nord. La manifestazione era in memoria delle 334 vittime (di cui 186 bambini) provocate in gran parte dall’irruzione nella scuola elementare del posto delle forze armate russe, per liberare l’edificio da un manipolo di ceceni e fondamentalisti islamici.
La brutalità dell’operazione fu all’epoca accolta da un coro di sdegno da parte di molti osservatori e organi internazionali (compresa l’Unione Europea, che poi ritrattò la propria posizione), e Mosca si impegnò a censurare accuratamente ogni voce contraria alla versione ufficiale. A distanza di 12 anni, però, quella di Beslan è una ferita ancora aperta, e non tutti si sono rassegnati al silenzio.
Kostiuchenko e Khachatrian sono state infatti arrestate per aver provato a filmare la protesta pacifica di alcune donne, che indossavano una maglietta con la scritta “Putin è il macellaio di Beslan”. Anche 5 manifestanti sono state messe in custodia. Kotiushenko, insieme a un fotografo della Gazeta, durante la permanenza nella città della strage, ha subito ingiurie e minacce fino all’aggressione fisica, che le è costata una settimana di ospedale per un colpo alla testa.

Nonostante abbia solo 29 anni, Elena fa parte del team della Gazeta da 11 anni. Per lei, Anna Politkovskaya, più che una collega, era un mito. Racconta il Guardian che fu un suo articolo a spingerla a fare richiesta per entrare al giornale, uno dei pochi organi d’informazione “ufficiali” rimasti a difendere la propria indipendenza dal potere di Mosca. L’ambiente ideale per una come la Politkovskaya, che sin dai primi anni di carriera (nella prima metà degli anni ’80) sviluppa una visione critica dell’autoritarismo sovietico e poi russo. I suoi lavori (articoli, ma anche libri) ricevono numerosi riconoscimenti in occidente, insieme al bollino di “traditrice” in patria.
Lei, d’altro canto, sfrutta ogni occasione per parlare pubblicamente e mettere in guardia americani ed europei dal nuovo e semisconosciuto presidente della Repubblica russa: Vladimir Putin. I rapporti con il nuovo leader venuto dal Kgb sono sin da subito estremamente conflittuali. Nel 2004, Politkovskaya pubblica “La Russia di Putin”, un graffiante saggio sulla situazione politica e sociale russa, in cui parla di uno stato di polizia e mafioso. C’è poi la forte opposizione al secondo conflitto ceceno e un costante impegno per i diritti civili a rendere Anna Mazepa (questo il suo cognome da nubile) un nemico giurato di Putin e dei suoi.

Le conseguenze non tarderanno ad arrivare. Nel settembre 2004, mentre era sull’aereo che la stava portando alla scuola di Beslan per aiutare nelle drammatiche trattative con i terroristi, perde conoscenza per un violento malore. Si scoprirà più avanti che era stata avvelenata. Lo stesso anno, durante una conversazione con il potente primo ministro ceceno Ramzan Kadyrov, un assistente le dice che «qualcuno a Mosca dovrebbe spararle», mentre Kadyrov conferma e la apostrofa definendola «nemica». Nella sua ultima intervista, Politkovskaya definisce Kadyrov «lo Stalin ceceno dei giorni nostri». Oggi lui è presidente della Repubblica cecena, amico intimo dell’uomo del Cremlino.
Subito dopo l’uccisione di Anna, nel 2006, il vicedirettore della Novaja Gazeta, Vitalij Jaroševskij, dirà di non vedere «altre possibili motivazioni» per l’omicidio se non la sua professione, mentre la Federazione dei Giornalisti russi scriverà in un comunicato: «Oggi che dobbiamo trovare i suoi assassini e i loro mandanti, ricordiamo su quali argomenti Anna Politkovskaja ha scritto: Nord-Ost, Beslan, rapimenti e torture di civili in Cecenia, violazioni dei diritti civili, arbitrarietà e crimini operati dalle autorità. Diciamocelo francamente: non avrebbe potuto essere stata uccisa per altri motivi».
Altri tenteranno di minimizzare, o persino di spacciare l’omicidio della Politkovskaja come «un attacco alla Russia». Lo stesso Putin, dopo averlo definito un «delitto crudele» e le promesse di rito di trovare e punire i colpevoli, ha tenuto a sottolineare come l’influenza della giornalista nella società russa fosse «minima» e come la sua morte abbia fatto «più danni che le sue pubblicazioni».

Nel luglio del 2014, cinque uomini sono stati condannati per l’omicidio della donna, due di essi all’ergastolo. Non è ancora chiaro, però, chi siano stati i mandanti.

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