La Russia ha una lunga tradizione di giornalisti uccisi, scomparsi o costretti a fuggire all’estero. Quasi sempre critici nei confronti del potere o al lavoro su questioni scottanti che, per qualcuno, era bene rimanessero celate.

A Sasha Sotnik è anche andata bene. Il videoreporter che dal suo canale Youtube racconta le contraddizioni del regime di Vladimir Putin con coraggiose e puntuali interviste sul campo, è stato “solo” minacciato di morte e costretto a scappare. In Georgia. Ad altri è andata peggio.
Secondo un’inchiesta commissionata dall’International Federation of Journalists, in Russia tra il 1993 e il 2009 circa 300 giornalisti sono morti o scomparsi. Omicidi e sparizioni non si sono poi fermate negli anni successivi, che hanno visto concludersi la parentesi della presidenza Medvedev (2008-2011) e il ritorno al potere di Putin nel 2012. Numeri che rendono il Paese più vasto del pianeta un luogo pericoloso per chi fa informazione. Reporter Sans Frontieres l’ha collocato al 148° posto nella classifica annuale sulla libertà di stampa, alle spalle di Pakistan, Sud Sudan e Venezuela. Non proprio luminosi fari di libertà. La stessa classifica non è particolarmente generosa nemmeno con l’Italia, che si piazza in una poco onorevole 77esima posizione.

Secondo l’analisi condotta da Rsf, la pressione sui media indipendenti sarebbe cresciuta con il ritorno al Cremlino di Putin del 2012, da cui sarebbero scaturite leggi “draconiane” e un controllo senza precedenti sui siti internet. Gli esempi sono numerosi. Una legge approvata quasi all’unanimità dalla Duma nel 2014, per esempio, impedisce alle case editrici straniere di possedere più del 20% delle azioni dei media russi. Il limite precedente era del 50%. A farne le spese sono stati soprattutto organi che avevano in passato espresso critiche al Governo come il quotidiano economico Vedonosti o l’edizione russa di Forbes, ma anche un più innocuo magazine di moda come Condé Nast. In compenso, i media di Stato hanno come l’emittente televisiva Russia Today si sono visti aumentare il budget a disposizione.
Provvedimenti in linea con la stretta autoritaria degli ultimi anni, derivata dal brusco inasprimento dei rapporti con gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Se i media si sono visti imporre un limite alle quote straniere, le Ong sul territorio che ricevono finanziamenti dall’estero sono state costrette a registrarsi come “agenti stranieri”, con forti limitazioni sullo spazio d’azione o sulla possibilità di reperire fondi, oltre che una pesante stigmate sociale nel clima di nazionalismo esasperato promosso dal regime.

In morte di un giornalista
Uno degli ultimi casi di giornalisti morti sul campo riguarda Pavel Sheremet, ucciso il 20 luglio 2016. La Subaru XV di proprietà della sua compagna Olena Prytula fu fatta esplodere con circa 500 grammi di esplosivo “fatto in casa” azionati da remoto, mentre stava andando a condurre una puntata del suo programma radiofonico. Da due anni viveva in Ucraina, dove lavorava per il sito web Ukrainan Pravda, oltre che per radio e tv locali da cui raccontava quotidianamente la guerra in corso nel Paese. Era noto il suo sostegno al partito pro-Unione Europea che nel 2014 portò al potere l’attuale presidente Petro Poroshenko, dando il via al conflitto tra filo-europei e filo-russi.
Nato a Minsk, in Bielorussia, nel 1971, si era visto sottrarre la cittadinanza dal regime di Alexander Lukashenko (alleato di ferro di Vladimir Putin) con il pretesto che, nel frattempo, aveva acquisito quella russa. Diversi organi di stampa, tuttavia, fecero notare che le leggi del Paese non impediscono di possedere la doppia cittadinanza. A Minsk, Sheremet aveva condotto diversi programmi televisivi di approfondimento politico, prima di diventare capo della casa editrice “Partizan” (che, oltre ai suoi, pubblicò un libro del politico d’opposizione russo Boris Nemtsov, ucciso nel febbraio del 2015) e di impegnarsi direttamente, dal 2006, nel “fronte antifascista russo” e nell’opposizione bielorussa. Tutte attività poco gradite. Nel 1999 aveva vinto il Committe to Protect Journalists’ International Press Freedom Award, e nel 2002 il premio dell’Ocse per la democrazia e i diritti umani nel campo del giornalismo.

Chi uccide i giornalisti non viene punito
L’inchiesta realizzata nel 2009 dall’Ifj si basa sui dati raccolti dalla Glasnot Difence Foundation e dal Center for journalism in extreme situation, due organizzazioni russe che si occupano della tutela dei giornalisti che corrono rischi personali facendo il proprio mestiere. Il report (intitolato significativamente “Partial justice”) mette nel mirino l’impunità diffusa per chi uccide i lavoratori nel settore dell’informazione, in particolare in aree come San Pietroburgo o la Cecenia, negli anni ’90 insanguinata da un feroce conflitto con Mosca.
Nel 1995, per esempio, si è tenuto un solo processo a fronte di 14 uccisioni di giornalisti. Nel 2002, uno degli anni più sanguinosi, le morti sono state 20, ma solo 5 sono stati gli assassini condannati. Il report considera nel suo conteggio le morti di tutti gli operatori dell’informazione, e anche gli incidenti o le morti accidentali nello svolgimento delle proprie funzioni. Altre organizzazioni adottano criteri più stringenti (contano solo i giornalisti uccisi intenzionalmente, per esempio), per questo le cifre sul numero di giornalisti morti in Russia o in qualsiasi altro Paese possono variare a seconda delle fonti. Il confine tra incidente e omicidio è però a volte sottile, e il regime si impegna a far passare il maggior numero possibile di uccisioni come tragiche fatalità, o per lo meno come non collegate al lavoro di reporter. Solo 2 dei 20 assassinii del 2002 sono stati riconosciuti come provocati dalla professione della vittima. Tra il 1993 e il 2008, sono in tutto 35.

Negli anni tra il 1993 e il 2007, il tasso di impunità e il numero complessivo di uccisioni è andato via via scendendo. Tuttavia, in alcune aree del Paese – Cecenia, Nord Caucaso e San Pietroburgo – chi uccideva un lavoratore dell’informazione non è mai finito in carcere. Nella seconda città della Russia, la prima condanna per l’uccisione di un giornalista è stata nel 2008. L’assenza di condanne ha a lungo gettato un velo sulla reale portata del problema in Russia. Eppure, proprio nelle tre zone dove nessuno è mai stato condannato sono morti 14 dei 35 giornalisti che le statistiche catalogano come uccisi per il proprio lavoro tra il 1993 e il 2009. In altre zone del Paese la situazione non è migliore.
La sensazione è che l’impunità cresca man mano che ci si allontana da Mosca. E se mandare in galera l’esecutore materiale dei delitti è difficile, scovare i mandanti è pressoché impossibile. Solo chi ha ordinato a un poliziotto di uccidere Alexander Konovalenko a Volgograd nel 1995 è stato, tre anni più tardi, condannato. In tutti gli altri casi, i loro nomi vengono a mala pena nominati nei processi.

Perseguitati per via legale e minacciati
Quando non vengono uccisi, i giornalisti dissidenti in Russia possono essere fatti tacere in altri modi, con la pressione psicologica o ricorrendo a vie legali. È il caso di Arkadiy Babchenko, messo sotto processo nel marzo 2012 con il pretesto dell’«incitamento alla rivolta», previsto dall’articolo 212 del codice penale. La sua colpa? Una pubblicazione intitolata “Le elezioni giuste”: ma evidentemente non in linea con i dettami del regime. Babchenko è un ex soldato, che ha combattuto appena diciottenne in Cecenia prima di diventare inviato di guerra. L’esperienza lo ha segnato profondamente, e col tempo, ha sviluppato una visione molto critica della politica russa, oltre che dell’evoluzione complessiva della società. Nel 2008, in un’intervista ha paragonato la Russia di oggi alla Germania del 1934, a causa del pesante clima di xenofobia e nazionalismo presente nel Paese.
In un suo libro del 2007, intitolato “One Soldier’s War in Checnya” racconta la propria esperienza di soldato, e svela senza peli sulla lingua alcuni tabù come la persistente pratica degli abusi fisici nell’esercito. «Non è un segreto per nessuno – spiega in un’intervista  – che è così da 30 anni. Non se ne parla nei media, ma nulla è cambiato. Sono le regole del gioco».
Quella di Babchenko rischia di essere l’ennesima voce dissidente che rischia di essere fatta tacere in Russia.

La morte di Anna Politkovskaya
Se i giornalisti nell’ex capitale dell’impero sovietico muoiono violentemente da più di 20 anni, gran parte del mondo ha assunto coscienza del problema il 7 ottobre del 2006, giorno del compleanno di Vladimir Putin e in cui Anna Politkovskaya è stata uccisa a colpi di pistola nel portone di casa. La giornalista della Novaya Gazeta era una delle più fastidiose spine nel fianco del regime, e, secondo quanto riportato dal suo editore, in quel momento stava indagando sulle torture perpetuate dalle forze di sicurezza del Primo Ministro ceceno Ramsan Kadyrov, uomo vicino a Putin. Gran parte dei suoi appunti e il suo computer saranno sequestrati dalla polizia.
Sono state la commozione di molti sostenitori e la reazione sprezzante di Vladimir Putin ad attirare, per la prima volta, l’attenzione globale sul problema dell’oppressione della stampa in Russia. Un Paese che, ancora oggi, a dieci anni dalla morte di Politkovskaya, è considerato tra i più pericolosi al mondo per chi, per mestiere, informa la gente. La nostra intervista a Sasha Sotnik ne è una bruciante testimonianza.

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