Sono passati alcuni giorni da quando il quotidiano Libero ha pubblicato in prima pagina la foto di una donna con una maschera di ottone sul viso con il titolo “Dal burqa alla Museruola” e ancora oggi i social network continuano con una sfilza di insulti sia al giornale che all’autrice del pezzo, tale Suad Sbai, di origini marocchine, ex parlamentare della Lega Nord.

Insulti, seppur evitabili, e polemiche scatenate dal fatto che la museruola di cui parla la Sbai altro non è che un tipico accessorio di alcune popolazioni del Golfo Persico. Nel suo articolo, la Sbai sostiene che si tratti di un’ultima trovata dell’estremismo salafita, di una «geniale trovata dei signori del petrolio» e di «attrezzo in ottone per azzittire e umiliare le proprie donne». In realtà questa maschera si chiama batoola (o batoolah) e non è una museruola, ha invece una storia molto lunga alle spalle. Per anni mi sono occupata di antropologia culturale tra le varie etnie iraniane e proprio a Sud dell’Iran, in particolare sull’isola di Qeshm, questa maschera viene ancora oggi utilizzata, anche se raramente, dalle anziane donne locali. Non si tratta assolutamente di uno strumento di sottomissione, ma secondo alcuni studiosi è un accessorio tradizionale che risale all’epoca dei Safavidi e pare venisse utilizzato in passato anche dagli uomini per proteggere la bocca dal sole o anche dalla sabbia del deserto.

A dare notorietà alla batoola era stato il fotografo francese Eric Lafforgue, che durante un viaggio in Iran ha ritratto le donne bandari, etnia che abita nel sud del Paese e sull’isola di Qeshm, la più grande del Golfo Persico. La batoola (che il fotografo chiama però boregheh) è un’antica tradizione di questa popolazione: secondo le leggende da lui raccolte, queste maschere a forma di ‘baffoni’, servivano per ingannare e scoraggiare gli invasori, che da lontano scambiavano le donne per uomini.

Alla “bufala” se così possiamo chiamarla, dell’ex-onorevole Sbai, ha replicato con un bellissimo articolo il “Post”, smontando la tesi della museruola. Articolo che vanta di migliaia di condivisioni.

Il problema che ormai appare evidente è che ci sia da parte di alcuni giornali, la volontá di seguire a tutti i costi una linea politica anche quando questa va contro le regole basilari dell’informazione. Quella di libero non è informazione, ma manipolazione delle informazioni, che a mio avviso si potrebbe chiamare Terrorismo Mediatico. Insomma quelle che l’ex-onorevole ha voluto far passare un accessorio tribale, quale mezzo di sottomissione alla donna. Non solo una bufala, ma davvero una cattiveria per denigrare con grandissima ignoranza alcune tradizioni culturali ed etniche ancora in uso. Credo che in un momento così delicato come quello attuale di tutto abbiamo bisogno fuorché di improvvisati esperti di Islam, arte e tradizioni islamiche. Seppur di origine marocchina e quindi sicuramente più esperta nel tema di molti altri, la perseveranza utilizzata per mostrare un Islam sempre al negativo è inaccettabile.

Oggi di Islam ne parla e ne scrive chiunque; spesso si tratta di giornalisti improvvisati, che solo per il fatto di scriverne si qualificano “esperti”. Già da qualche tempo l’Associazione Carta di Roma ha pubblicato le linee guida per l’applicazione dell’omonima Carta deontologica (assorbita nel Testo Unico della deontologia del giornalista), allegando anche un glossario sull’Islam. Che vi sia in Italia lo stereotipo della donna musulmana sottomessa e obbligata a portare il velo, è un dato di fatto. L’idea che una donna possa scegliere volontariamente di indossare un velo o un abbigliamento tale da non mettere in mostra le forme femminili, per noi italiani è difficile da concepire.

C’è troppa confusione in Italia su questi temi; confusione che ritroviamo quando alcuni trattano dell’abbigliamento islamico femminile. Chi lo chiama Burqa, Chador, Niqab, Hijab, nomi che si alternano da un articolo all’altro, senza conoscerne l’esatta provenienza, tantomeno l’utilizzo che se ne fa nei vari Paesi.

Diciamoci la verità: quando si parla di Islam il giornalismo passa dal terreno delle analisi a quello della propaganda neocoloniale. Capisco benissimo che per ottenere voti ci si inventa di tutto ma questa volta la Sbai ha trovato gente esperta che ha saputo notare l’errore. Una mia amica iraniana ha scritto a Libero perché si è sentita lesa dall’articolo, che vede una tradizione culturale del suo Paese utilizzata per fare campagna elettorale. La Legge 416/1981 in questi casi prevede il diritto di rettifica. Ora, seppur senza troppe aspettative, attendiamo fiduciosi.

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Tiziana Ciavardini, giornalista (Il Fatto Quotidiano) è antropologa culturale ed esperta di religioni e in particolare di quella islamica. È stata ricercatrice e docente presso il Dipartimento di Antropologia nella Facoltà di Scienze Sociali dell’Università Cinese di Hong Kong ed è tutt’ora Phd Candidate. Autrice di numerose pubblicazioni accademiche, saggi e articoli di attualità, ha vissuto più di 24 anni fuori dall’Italia, in Medio Oriente, in Estremo Oriente e nel Sud Est Asiatico. Gli ultimi 12 anni nella Repubblica Islamica dell’Iran, paese dove si reca frequentemente, che ama e del quale spesso denuncia i gravi problemi. Conosce l’Islam Sunnita e l’Iran Sciita. È relatrice in numerosi convegni in Italia e all’estero e recentemente ha lavorato con la Fnsi alla carta deontologica legata all’Islam. Sul tema ha già condotto diversi corsi nell’ambito della formazione professionale obbligatoria per i giornalisti, soffermandosi anche sull’uso dei corretti termini legati al mondo islamico, e sul problema del terrorismo.

 

 

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