Una vera e propria bomba ecologica che può esplodere da un momento all’altro nella periferia Sud di Siderno, nella Locride, costa jonica a un centinaio di chilometri da Reggio Calabria: è l’area dell’ex industria di chimica farmaceutica “Laboratorio BP”, in contrada Pantanizzi, dove giacciono almeno 900 tonnellate di rifiuti tossici – come risulta dalla relazione del commissario delegato all’Emergenza Ambientale – abbandonati dopo un primo smaltimento di 549 tonnellate avvenuto nel 2003. Lasciati alla mercé delle intemperie e del tempo che scorre rendendo tutto sempre più instabile, ci sono sostanze di prodotti chimici, lastre di eternit, macchine e reattori. Da un ammasso di bidoni pieni di scorie abbandonati sotto una tettoia, l’usura del metallo sta facendo fuoriuscire il contenuto.

I fusti che perdono sostanze liquide nella ex BP di Siderno – Ph Riviera

Il sito, abbandonato da ben 23 anni, e circondato da un semplice muro rischia inoltre, a causa degli alti arbusti e delle distese di sterpaglie presenti, di incendiarsi per autocombustione, far scoppiare i bidoni e coinvolgere l’intero edificio. Con il forte rischio di diffusione nell’aria di microparticelle d’amianto e conseguenze incalcolabili per gli esseri umani nel raggio di molti chilometri e per l’ambiente, con infiltrazioni nel suolo e nelle falde acquifere.

Le alte temperature estive hanno riacceso l’allarme per l’enorme pericolosità della “bomba BP”: si parla infatti di 20 sostanze cancerogene, alle quali se ne aggiungono 37 esplosive, che in caso di incendio potrebbero interagire tra di loro e creare sostanze ancora più velenose, causando una catastrofe ecologica di portata difficilmente calcolabile.

Secondo il dipartimento provinciale dell’Arpacal, l’agenzia che si occupa della protezione dell’ambiente, nell’ultima ispezione del 27 giugno scorso si è potuto stabilire, tra l’altro, che i fusti metallici “sono deteriorati, forati e ad alto rischio di sfaldamento. Vi è anche la presenza di un cattivo odore dovuto sicuramente ai residui di mercaptano presente nei fusti”. Il mercaptano è un composto organico in cui l’atomo di ossigeno è stato sostituito da un atomo di zolfo. La relazione si conclude con due pressanti inviti: «Estirpare la vegetazione e rimuovere tutti i fusti in cui vi sia sostanza allo stato liquido mettendo in sicurezza il sito».

Da tutte le analisi effettuate fino a questo momento dalle autorità competenti, pare non siano emersi però esiti tali da aprire spazi a interventi in emergenza.

Ciò non toglie che da ben tre anni, la Regione Calabria abbia dato mandato per la costituzione del Registro tumori alla Asl 5 di Reggio Calabria in cui ricade il territorio, ma nessuno ha ancora visto nulla e quindi non esistono dati da confrontare per valutare con cognizione di causa lo stato della salute del territorio e dei suoi abitanti, fra i quali sembrerebbero in aumento le leucemie.

Responsabile del lavoro è la dottoressa Filomena Zappia, dirigente biologa della Provincia di Reggio Calabria: l’abbiamo sentita e ha subito precisato che il lavoro è in corso ed entro il 2017 potrebbe essere finito. Come mai tutto questo tempo? «In realtà – risponde – siamo a buon punto. Consideri che rispetto alle altre regioni italiane abbiamo una buona copertura. Il Registro delle provincie di Cosenza, Crotone, Catanzaro ad esempio hanno ricevuto l’accreditamento, mentre quello di Vibo Valenzia dovrebbe riceverlo entro la fine del prossimo anno. Ad oggi noi possiamo dire di avere già una buona copertura della popolazione. Per settembre contiamo di chiedere l’accreditamento, per cui entro l’anno dovremmo aver finito e presentare il lavoro completo. Abbiamo iniziato a lavorare alla fine del 2014 e se si considera che siamo solo tre persone, mi sento di dire che abbiamo fatto una cosa eccezionale».

All’ASP di Reggio Calabria, presso il Dipartimento di Prevenzione esiste in Staff il RE.CA.M. (Registro cause morti). «Il nostro Ufficio – spiega il dottor Alberto Meleca – è deputato all’elaborazione dei dati di mortalità estrapolati dalle schede Istat di morte, che pervengono alla nostra osservazione da tutti i Comuni della Provincia. In accordo con il Dipartimento della Salute della Regione Calabria, negli ultimi anni il Servizio RE.CA.M sta codificando i dati di mortalità in Icd10, codici alfanumerici che secondo la classificazione Internazionale delle malattie indicano la causa del decesso. Da questi dati si possono estrapolare i decessi per patologia, (neoplastica, cardiovascolare, o di altra natura). Ma per conoscere l’effettiva incidenza delle patologie oncologiche nella popolazione, a quello di mortalità è necessario abbinare il dato di morbilità. Tutto questo dovrebbe essere rilevato proprio dal costituendo Registro Tumori. Al momento, dai dati di mortalità osservati negli ultimi anni, si può affermare che nel Comune di Siderno la mortalità per tumore è costante e non in aumento esponenziale, ma ripeto è fondamentale conoscere l’incidenza, che a dispetto del dato di mortalità sostanzialmente invariato, potrebbe essere invece in aumento».

Così la Locride, un comprensorio di decine di Comuni, convive con il dubbio ed è costretta a scendere in piazza, com’è avvenuto l’8 luglio scorso – con la manifestazione “Siderno salvati” – su “chiamata” del sindaco di Siderno Pietro Fuda, alla quale hanno risposto decine di sindaci della Locride, l’associazionismo in massa, migliaia di cittadini e perfino la Regione che da molti è ritenuta fra i responsabili della mancata bonifica del sito, anche se l’obiettivo rimane il governo, che non ha ancora incluso l’area della ex BP tra la quarantina di siti nazionali pericolosi da bonificare per i quali sono stati stanziati appositi fondi: eppure basterebbero 1,5-2 milioni di euro, pochi spiccioli rispetto al bilancio regionale e un’inezia di fronte alle risorse stanziate dal governo per l’ambiente. Ma fuori portata per il Comune, che non sa come cancellare dal suo territorio una bomba ecologica – per altro in una zona privata e recintata – che da decenni rischia di esplodere in qualsiasi momento provocando una seconda Seveso.

Gli attuali amministratori – il Comune esce da una lunga crisi che ha visto nel recente passato il commissariamento e perfino l’arresto dell’ex sindaco Figliomeni per reati legati a infiltrazioni ndraghetiste – stanno facendo di tutto per risolvere il caso. Il loro grido d’allarme però, rimbalza contro un muro di gomma.

«L’oblio calato per tantissimi anni su questa vicenda – dice Fuda – risulta inquietante e non vogliamo che si corra il rischio, che alla certezza del male esistente, alla necessità acclarata di una doverosa e precisa risposta, nessuno corra ai ripari e tutti noi, nel silenzio assordante di chi sceglie di non rispondere continuiamo la nostra vita, assaliti dal dubbio e dalla paura. Il nostro è un grido di dolore e di aiuto per evitare che nessuno possa sentirsi estraneo a iniziative, anche di piazza, che sono doverose. Chiediamo alla regione Calabria e al governo di predisporre la bonifica del sito BP e di intervenire in tutti gli altri. Chiediamo con forza che il governo inserisca la BP nell’elenco dei siti da bonificare per i quali è stato già nominato un commissario governativo, delegato all’emergenza ambientale al fine di procedere in termine di legge al ripristino della salubrità dei territori».

Il sindaco di Siderno Piero Fuda con il Vescovo della Diocesi Gerace-Locri mons. Francesco Oliva – Ph Riviera

A fianco ai rappresentanti della politica, la Chiesa. «Non so come mai – afferma il vescovo della Diocesi di Gerace-Locri Monsignor Francesco Oliva – siamo rimasti in silenzio per tanto tempo, per quella che potrebbe essere una bomba ecologica a cielo aperto: i fattori inquinanti ci sono tutti».

Dalle associazioni tanti perché. «Non si capisce – afferma Francesco Martino, del Comitato a difesa della salute dei cittadini – perché questi finanziamenti non vengano destinati e assegnati».

La ex BP, era nata nel 1979 e subito era stata ribattezzata “la fabbrica della puzza”. Aveva come attività produttiva la preparazione del principio attivo della Cimetidina, sostanza utilizzata per la produzione di farmaci antiulcera. La sede, inizialmente in provincia di Bergamo, venne spostata a Siderno e collocata in un capannone abusivo, dove iniziò la produzione. Non appena aperta, fu fatta spostare dal sindaco dell’epoca Peppino Brugnano. Allora, nel 1979, la fabbrica si trovava nei pressi dell’attuale ingresso della circonvalazione, lato nord di Siderno. Poi iniziò una querelle legale, fino a quando nel 1994, lo scoppio di un reattore provocò il ferimento di un operaio di 36 anni, Giuseppe Primerano. La fabbrica fu messa sotto sequestro e il sindaco di allora, Mimmo Panetta, decretò la definitiva chiusura.

L’aria in quella zona era irrespirabile, specialmente quando il grecale (venticello proveniente dalla Grecia) spostava l’aria verso la città. A causare il cattivo odore era il metilmercaptano, prodotto tossico. Ma da quel giorno ad oggi nel capannone e tutt’attorno è ufficialmente dichiarato solo il “pericolo” ambientale. Pericolo a cui vengono legate patologie non solo tumorali.

E che si lega a quello proveniente da un impianto di rifiuti solidi urbani, in contrada San Leo, gestito dall’impresa “Ecologia Oggi Spa” al quale – dopo che nel giugno scorso aveva limitato a 20 tonnellate al giorno la portata della frazione organica – visto il perdurare di cattivo odore in tutta la zona, il 12 luglio scorso il sindaco ha vietato completamente il conferimento di tutti i rifiuti imponendo di trattare solo quelli secchi (http://www.telemia.it/2017/07/siderno-rc-sindaco-fuda-dispone-unordinanza-san-leo-chiudere-conferimenti-della-frazione-organica/). Insomma, un’altra partita aperta, sullo stesso territorio, che spalanca inquietanti prospettive.

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