Se non fosse che la faccenda è grave e drammaticamente seria (Flaiano non ce ne voglia), la sequenza suggestionerebbe quanto una sceneggiatura felliniana. C’è pure Babbo Natale, manca il drappello di ballerine dalle forme generose e magari con qualche piuma in testa a saltellare informi su una marcetta cadenzata da tromboni stonati.

In un pomeriggio tardo romano al tempo di una Repubblica incerta, la folla di telecamere e microfoni assedia l’auto con i vetri oscurati impedendo all’occupante del sedile posteriore di scendere all’altezza della porta dell’hotel affacciato sui Fori Romani, che di storia ne hanno sempre vista scorrere tanta e ora devo fare da quinta pure a questa.

Lampi e bagliori a scandire gli attimi di una concitazione statica. Dentro non c’è un tipo alla Anitona Ekberg ma un uomo che ha sempre fatto molto ridere, Beppe Grillo. E non è una messinscena. Manco uno spot. Magari. Quando, alla fine, buca l’assedio, il passeggero non sorride affatto e manda tutti a quel paese ribadendo, plasticamente, il suo programma politico. Guadagna spazi interni più sicuri e facendolo definisce gli assedianti «dead men walking». Cioè donne e uomini, per lo più giovani e precari, in attesa da ore di raccogliere il “verbo”, missione alla quale erano stati comandati. Giornalisti come comparse obbligate del teatrino, interpreti dell’umiliazione (spesso) sottopagata ma necessaria a timbrare l’atto.

Ma in fondo il cabarettista salito dalla genovese piazza Martinez a Sant’Ilario per guidare la rivoluzione, ancora una volta, vede lungo. In quel pomeriggio romano si è celebrata l’ennesima funzione di suffragio con il simulacro del defunto, il giornalismo, illuminato dai fari puntati sul nulla per oscurare tutto il resto.

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