L’Europa che si scandalizza per l’intenzione del presidente statunitense eletto Donald Trump di erigere un muro al confine con il Messico riempie di denari – 6 miliardi di euro la cifra complessiva prevista – il dittatore Erdoğan perché non faccia passare da casa sua nemmeno un profugo in fuga dal conflitto siriano. Realpolitik o piuttosto clamoroso cedimento ai nostri fantasmi e alle nostre paure? Decidete voi, intanto il Presidente ringrazia, incassa e usa i 3 milioni di profughi presenti sul suo territorio come formidabile arma ricattatoria quando l’Unione Europea si azzarda ad alzare la voce sui “seri arretramenti” del regime su diritti umani e libertà d’espressione, ancora più evidenti dopo il fallito colpo di stato di luglio. C’è chi, come l’Austria, è arrivato a proporre lo stop immediato delle trattative per l’ingresso di Ankara nell’Unione Europea, al momento solo congelate. Anche gli intenti più bellicosi, però, si spengono di fronte alla minaccia di aprire la frontiera, ed Erdoğan lo sa. “Dicono senza vergogna che dovrebbero rivedere i negoziati. Fatelo. Prendete una decisione finale – ha detto baldanzoso – Cosa succede pero’ se si aprono le porte per i 3 milioni di rifugiati che sono da noi? Questo e’ il timore. Ecco perché non vanno in fondo”.

L’immagine di un muro da innalzare al confine spaventa perché rimanda – soprattutto noi europei – a inquietanti precedenti storici, e anche per la sua grossolanità. Un accordo firmato nelle ovattate stanze della diplomazia è più rassicurante. Più fine, anche intellettualmente. Ma la sostanza non cambia. La Turchia è il nostro muro. Una barricata di 783 mila chilometri quadrati, pattugliata da un secondino con chiari intenti dittatoriali, e che solo un notevole esercizio di ipocrisia etichetta come “luogo sicuro” per i migranti. Uno Stato in cui i leader dell’opposizione curda e laica e i giornalisti non allineati vengono arrestati, in cui il presidente si è di recente attribuito il potere di nominare direttamente i rettori delle università, in cui gli spazi di indipendenza della Magistratura quasi non esistono più, come la libertà di opinione e di riunione, ridimensionata dallo stato d’emergenza dichiarato subito dopo il fallito golpe di luglio. Nei giorni successivi al mancato rovesciamento del Governo, le immagini dei “traditori” dell’esercito ammassati nudi in attesa della condanna avevano fatto il giro del mondo, e impressionato l’opinione pubblica. Da allora, nulla è cambiato, anche se l’attenzione mediatica si è fatta meno costante. Si stima che le “purghe” di Erdoğan abbiano portato agli arresti di circa seimila militari e ottomila agenti di polizia, mentre 13 mila giudici sono stati sospesi. Nel mirino anche la stampa, con circa 160 organi fatti chiudere e 100 giornalisti dietro le sbarre, secondo le stime della Piattaforma per il giornalismo indipendente, e i politici d’opposizione. Gli ultimi sono stati quelli dell’Hdp, schieramento filocurdo che si è visto “decapitato” dei propri vertici, con i leader Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ finiti dietro le sbarre insieme a 12 deputati e altri 441 membri del partito, accusati di essere il volto “presentabile” del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (considerato organizzazione terroristica da Turchia, Ue e Usa) a cui Erdoğan ha dichiarato guerra. Le Ong che si occupano di diritti umani, inoltre, denunciano la pratica sistematica della tortura sugli oppositori arrestati, mentre Erdoğan ha più volte accennato alla possibilità di reintrodurre la pena di morte.

Sostenitori di Erdogan in festa dopo il fallimento del colpo di stato di luglio
Sostenitori di Erdogan in festa dopo il fallimento del colpo di stato di luglio

Incapace di redistribuire 3 milioni di disperati tra i 28 stati (in attesa della formale uscita del Regno Unito) e 500 milioni di abitanti che la compongono, l’Unione Europea preferisce regalare un potere enorme a un personaggio come Erdoğan (che flirta con la Russia e gioca un ruolo ambiguo nella lotta al terrorismo in Medio Oriente) piuttosto che assumersi le proprie responsabilità, che si tratti di accoglienza o gestione dei propri confini. Nessuno dei grandi leader europei sembra avere la forza di farlo. Non Angela Merkel, che ha già pagato pesantemente in termini di popolarità l’apertura a un milione di profughi di un anno fa né tanto meno il debolissimo François Hollande, ai minimi storici come gradimento in Francia, dove le presidenziali della prossima primavera potrebbero portare all’Eliseo Marine Le Pen. In questo vuoto di leadership sguazzano i Governi dell’est Europa che, nonostante siano strettamente dipendenti dai fondi europei per la crescita economica, riescono a fare la voce grossa e ostacolare ogni piano di redistribuzione dei profughi sul territorio comunitario. I Paesi più esposti come la Grecia e l’Italia vengono così lasciati soli ad affrontare l’emergenza.

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