«Usando i social media e le informazioni pubblicate in rete possiamo ricostruire crimini di guerra». Da un personaggio come Maksymilian Czuperski, giovane direttore del Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council di Washington, uno dei massimi esperti di disinformazione, che uno immagina come le spie dei film di Hollywood, parole così semplici fanno alzare il sopracciglio. E non solo perché Czuperski – 30 anni, polacco cresciuto in Austria, trapiantato negli Usa ed europeista convinto – è conosciuto come un implacabile cacciatore di fake news e troll in Rete, che considera un vero e proprio pericolo per la democrazia, protagonisti della disinformazione, pratica antica quanto il potere. Ma anche perché davvero nel lavoro quotidiano del Digital Forensic Research Lab che Czuperski dirige, sono paradossalmente proprio i social media e le informazioni pubblicate dagli utenti l’arma più efficace per smascherare i tentativi di rovesciamento della realtà da parte, ad esempio, di uno Stato coinvolto in un conflitto.

Czuperski parla agli studenti di Informazione ed Editoria dell’Università di Genova, nell’ambito di una serie di seminari di pratica giornalistica organizzati dai dipartimenti Dafist, Diraas e Dispo, e affronta un tema che richiama anche laureandi di altri corsi: “Understanding Disinformation: strumenti e tecniche per il giornalismo”.

«Smascherare le fake news è più semplice di quanto possa sembrare», premette il relatore, e lo dimostra con una serie di casi reali. Dall’ingresso nella guerra siriana, ad esempio, il governo russo ha dichiarato di aver distrutto 30 postazioni dello Stato Islamico. Dal lavoro di verifica condotto dal Digital Forensic Research Lab, è emerso invece che di queste solo una era effettivamente una postazione dell’Isis, mentre tutti gli altri erano edifici civili. Come si è arrivati a questa conclusione? Mettendo a confronto le immagini ufficiali diffuse dal governo o dai mezzi di informazione vicini al Cremlino con i video e i tweet postati da persone presenti sul posto e riprese con telecamere, cellulari e altri mezzi e postati sui vari social con tanto di commenti, orari, e così via. Da qui un lavoro di verifica, controllo incrociato e di geolocalizzazione ha consentito di scoprire se quel determinato attacco russo avesse colpito davvero in un’area sotto controllo dello Stato Islamico come dichiarato, o meno. «L’obiettivo – spiega Czuperskinon è chiedere di credere a una versione piuttosto che un’altra per partito preso, ma di fornire gli strumenti per capire dove stia la verità. Quello che diciamo è: se non ci credete, verificate voi stessi».

In un mondo in cui siamo sommersi da informazioni H24x24, proprio la trasparenza sul processo con cui le notizie vengono raccolte potrebbe (e secondo Cuperski dovrebbe) diventare il modo per riconquistare la fiducia dei lettori, per aiutare a distinguere il vero dal falso. «Il giornalismo del futuro – riflette infatti il direttore del centro di ricerche Usa – non consisterà più tanto nel raccontare gli eventi. La disinformazione non si combatte con più informazione, ma mostrando la realtà e la strada attraverso cui si è raggiunta».

Show, don’t tell, (dimostra, non parlare) da regola di scrittura creativa si fa metodo giornalistico, strada maestra per riacquisire autorevolezza agli occhi di un pubblico che, oggi, ai giornalisti sembra dare poco credito. Una sfida che il giornalismo «deve raccogliere, perché ne va delle nostre democrazie».

Già, le democrazie. Stati Uniti e Gran Bretagna sono spesso considerate come le più solide, tra quelle su piazza. Eppure, è proprio lì che l’influenza russa sembra aver raggiunto ad oggi i suoi risultati politici più concreti: l’elezione alla Casa Bianca di Dona

Czuperski durante uno scambio con una studentessa

ld Trump e la vittoria del Leave al referendum del 2016, che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. La tesi, però, non convince Czuperski: «In realtà, l’influenza russa si sente in tutti i Paesi occidentali – dice rispondendo alla nostra domanda – l’obiettivo di questo tipo di propaganda non è tanto la vittoria di questo o quel movimento, ma normalizzare l’estremismo politico, mostrarci che la democrazia non funziona».

E verrebbe da dargli ragione, a guardare al quadro complessivo. Movimenti o partiti di estrema destra sono arrivati a un passo dal potere in Paesi Bassi e in Francia e sono ormai la norma in diversi paesi dell’est europeo (tra cui la Polonia). Normalizzati. E l’impegno russo sembra raggiungere il suo apice durante gli appuntamenti elettorali. Mentre non passa giorno senza che non emergano nuovi inquietanti novità sui rapporti tra lo staff di Donald Trump e la Russia durante la campagna del 2016, studi più recenti evidenziano il ruolo di troll fake news nella campagna per la Brexit, durante la quale 40 mila profili Twitter finti avrebbero fatto campagna martellante per il leave per sparire poche ore dopo il voto. In Italia ci avviciniamo alle elezioni osservando la crescita di partiti neofascisti.

Durante il seminario – la mattina del 17 novembre nella sede Dispo del corso interdipartimentale di Editoria e giornalismo dell’Università di Genova, all’ex Albergo dei poveri – si parla molto di Russia, non perché sia l’unica nazione a usare tecniche di disinformazione, ma perché la sua azione ci riguarda molto da vicino. E molti abitanti della Federazione ex Urss, starebbero iniziando a capire il gioco di Putin: «In occidente – spiega Czuperskimolti pensano che ai russi la loro situazione stia bene, o che non capiscano, come se fossero stupidi. Ma è un malinteso. Putin, anche in casa sua, è stato bravo a radicalizzare il campo politico, e alla maggioranza sembra l’unica opzione possibile». Lo studioso cita la Russia anche a proposito dell’Ucraina, altra formidabile operazione di disinformazione: «Ci siamo abituati a chiamarla “guerra civile” – dice – e tanti grandi giornali lo fanno, anche se di fatto si è trattato dell’invasione dell’esercito russo in uno Stato autonomo sovrano». L’evento, tuttavia – dall’occupazione della Crimea all’invasione di Donbass, dove ancora ci sono azione belliche in corso – ha mostrato ancora una volta le potenzialità dei social media nello smascherare le bugie di regime: «Mentre Putin – dice Czuperskigiurava che non c’erano truppe dell’Armata in Ucraina, i suoi soldati scattavano selfie proprio in quei luoghi e li pubblicavano su Vk, un social network molto popolare nel loro Paese».

LASCIA UN COMMENTO